Il mais nell'Unione Europea

L’aggregato costituito dai Paesi che costituiscono l’Ue, attualmente in numero di 28, rappresenta come abbiamo visto, il terzo produttore mondiale dietro a USA e Cina ma davanti, per esempio, a Brasile, Argentina, Messico e India.
La posizione europea sarebbe ugualmente di rilievo se si considerasse la produzione realizzata nei 15 Paesi che in precedenza componevano l’Ue. Nei Paesi dell’Europa comunitaria la produzione è stata in costante ascesa negli anni recenti. I dati disponibili relativi all’Ue a 25 permettono di valutare la dinamica produttiva su basi omogenee a partire dal 1993 e mostrano un andamento tendenziale in aumento, anche se in calo negli ultimi due anni. Se si limita l’analisi all’Ue a 15 si può constatare una sostanziale omogeneità con un incremento delle superfici che si interrompe solo nell’ultimo anno. La dinamica complessiva della produzione, dal canto suo, è analoga, ma mostra un incremento più elevato di quella della superficie poiché è influenzata dalla costante crescita delle rese.
L’effetto del progresso tecnico è infatti molto rilevante nel caso del mais e superiore a quello riscontrabile per gli altri cereali. L’andamento delle rese unitarie nell’Ue a 15 già alla fine degli anni ’90 aveva superato le 9 t/ha. Se si esclude il 2003, per gli effetti del clima particolarmente avverso riscontrato in quell’anno, si deve constatare, tuttavia, che l’effetto del progresso tecnico sembra essersi esaurito poiché non si riescono a superare in modo rilevante i livelli produttivi precedenti, anche se nel 2004 è stato raggiunto il massimo storico. Un’evoluzione sostanzialmente analoga si riscontra anche nella media dei 25 che risulta leggermente inferiore per effetto dei differenti risultati produttivi conseguiti nei 10 Paesi entrati nell’Ue dopo il recente allargamento del 1 gennaio 2005, anche se le distanze si sono gradualmente ridotte parallelamente alla normalizzazione della situazione politica ed economica di quei Paesi e all’introduzione di sementi migliori, da un lato, e all’applicazione dei meccanismi incentivanti previsti dalla Politica Agricola Comunitaria (PAC) in estensione a essi, dall’altro.
Tuttavia ulteriori progressi sembrano più difficili da conseguire se non sarà risolta la questione dell’utilizzo di OGM sui quali si concentrano, come è noto, la ricerca e l’introduzione di innovazione. La situazione produttiva del mais da granella nel 2006 è compendiata da due dati: 5,7 milioni di ettari di superficie nell’Ue a 25 e 45,2 milioni di tonnellate di produzione. La maiscoltura si presenta abbastanza concentrata, i primi cinque Paesi rappresentano all’incirca l’80% della superficie e l’82% della produzione, mentre considerando i primi 7 si arriva al 90% circa del totale di entrambe. Un’analisi particolare è quella relativa all’utilizzazione del mais come granella o come foraggio. Infatti considerando anche questa destinazione la superficie totale nel 2005 sale da 6,1 a 10,7 milioni di ettari. La quota della superficie a foraggio è dunque del 43% mentre quella a granella rappresenta la parte principale. È diverso tuttavia il comportamento fra i produttori dell’area dei 15 Paesi membri storici dell’Ue e dei 10 nuovi entranti. Infatti, sul totale della superficie i primi occupano il 76% e gli altri il restante 24%, ma per la granella queste due percentuali diventano rispettivamente il 70% e il 30%, mentre per il foraggio esse sono l’84% e il 16%. In sostanza si vede che è relativamente maggiormente diffuso l’utilizzo a foraggio nei 15 e quello a granella nei 10. In realtà si tratta di una diversa propensione alla modalità di utilizzo del prodotto collegata alla presenza degli animali e quindi alle diverse tecnologie di allevamento impiegate, da un lato, e ai flussi commerciali, dall’altro.

Scambi di mais sul mercato Ue

All’interno dell’Ue a 25 si registrano consistenti flussi di scambio che tuttavia non hanno un valore elevato rispetto alla produzione, rimanendo attorno al 2% di essa. I principali importatori, con l’eccezione dei Paesi Bassi che vi fanno ricorso per il fatto di concentrare la propria produzione essenzialmente sul mais da foraggio, sono tutti i grandi Paesi, tranne la Francia che è il principale esportatore netto. La Germania è attiva in entrambi i flussi raggiungendo un sostanziale pareggio, mentre Spagna, Regno Unito e Italia, nell’ordine sono importatori netti. Fra gli esportatori al secondo posto dopo la Francia si colloca l’Ungheria che negli ultimissimi anni sembra essersi particolarmente concentrata sulla produzione di mais di cui esporta consistenti quantitativi. Ancor più modesti risultano gli scambi extra-Ue. Al primo posto fra i fornitori si colloca l’Argentina che da sempre è al primo posto delle importazioni Ue. Essa è seguita da quattro Paesi dell’Europa centro-orientale, due dei quali, Romania e Bulgaria, prossimi all’ingresso nella Ue. Molto ridotti, infine, i flussi in uscita. Il principale Paese di destinazione con un valore pari a oltre il 40% del totale è la Svizzera, seguita da Paesi in genere confinanti con l’Ue a 25.
Nel complesso, il volume degli scambi di mais da granella risulta molto modesto e testimonia un sostanziale equilibrio interno all’Ue a 25 fra domanda e offerta rilevabile, peraltro, anche dal bilancio di approvvigionamento dell’Ue a 15 che tiene conto non solo del mais da granella come tale, ma dell’insieme costituito da esso e dai derivati. Il grado di autoapprovvigionamento dell’Ue a 15 nel 2003 è stato del 95% e dunque anch’esso in condizioni relativamente equilibrate a testimonianza di una situazione abbastanza prossima alla autosufficienza. Sembra, di conseguenza, che rispetto ad altre colture vi siano minori problemi di soddisfacimento della domanda attraverso il ricorso all’offerta interna. Al di là di quello che sarà l’assetto definitivo del mercato quando si sarà compiuto il processo di riforma in atto, rimane tuttavia l’incognita relativa alle possibili conseguenze della riduzione delle barriere all’importazione e dei sussidi accordati alle produzioni europee per effetto della trattativa aperta in seno alla WTO (World Trade Organization) e che si propone come obiettivo un ampliamento degli scambi internazionali grazie all’instaurarsi di un mercato più aperto agli scambi di quanto sia stato sinora quello europeo, governato dai meccanismi protezionistici della PAC.

Mais nella politica agricola europea

Le vicende del mais nell’Europa comunitaria sono strettamente legate allo sviluppo della PAC, che a partire dai primi passi della CEE ne ha fortemente influenzato la dinamica. Se torniamo indietro nel tempo di circa mezzo secolo a quel ristretto numero dei 6 Paesi, tanti furono i fondatori della CEE nell’ormai lontano 1957, vediamo che nel disegno dei padri costitutori dell’Europa comunitaria vi era, fra le altre preoccupazioni, anche quella di costruire un’agricoltura forte che potesse sostenere nel tempo l’attesa crescita della domanda alimentare da parte dei cittadini europei che uscivano stremati dalla tremenda esperienza delle due guerre mondiali che li aveva visti duramente contrapposti. La sicurezza alimentare, nel senso allora prevalente di garanzia della disponibilità di alimenti necessaria per soddisfare consumi alimentari che si prevedevano in aumento sul piano quantitativo e in miglioramento su quello qualitativo, venne perseguita attraverso la realizzazione della PAC che aveva il duplice intento di favorire la progressiva formazione di un’agricoltura unica nei Paesi membri e di accompagnare la realizzazione di un mercato davvero comune fra di essi anche nel difficile contesto agricolo.

Per conseguire questo obiettivo, la PAC venne costruita in modo da garantire i redditi dei produttori che così furono stimolati a sviluppare le loro produzioni permettendo alla nascente Comunità di alimentare, in senso lato ma anche letteralmente, la propria crescita. La realizzazione del sogno un po’ faustiano di riuscire a domare le forze dell’economia per piegarle a un preciso disegno economico si è arrestata di fronte alla reazione, prevedibile, dei comportamenti degli operatori difficilmente contrastabili se non attraverso la “super-costruzione” di un sistema di vincoli troppo rigido e, alla lunga, insostenibile. La PAC, dunque, è stata a un certo punto cambiata perché vittima paradossale del successo che essa aveva conseguito nel perseguimento degli obiettivi che si era prefissa di conseguire negli anni ’50, ma che all’inizio del nuovo secolo non erano più adeguati. È così che a partire dalla riforma del 1992 e poi con i successivi interventi essa è stata modificata anche sensibilmente sino ad oggi e, prevedibilmente, continuerà a esserlo fino a quando nel 2013 assumerà, forse, un nuovo e diverso volto. Il mais è stato al centro di questa lunga storia fin dall’inizio, quando nel 1962 nella prima organizzazione comune di mercato, quella dei cereali, si introdusse il criterio del prezzo unico di tutti i cereali, di tutti con l’esclusione del riso.

Con quella scelta si voleva consolidare la produzione del cereale per uso umano per eccellenza, il frumento, e nello stesso tempo stimolare quella del mais, destinato a nutrire quegli animali che, nelle attese confermate poi dalla realtà, avrebbero rappresentato la vera svolta verso consumi alimentari più ricchi ed evoluti. Nella prima fase della Pac che è durata circa un trentennio per i cereali, il mais ha visto il sostanziale allineamento del suo prezzo a quello degli altri cereali, in particolare del frumento. Nella seconda fase, iniziata con la riforma MacSharry del 1992 e proseguita con Agenda 2000 e la riforma di medio termine del 2003, la cosiddetta Mtr, esso è stato il sostanziale vincitore del confronto con le produzioni via via coinvolte dai cambiamenti che venivano introdotti nell’impianto originario. La dinamica delle superfici dimostra quanto sopra detto fino a tutto il 2004. Nel 2005, a seguito dell’introduzione del disaccoppiamento e cioè del diritto dei produttori di percepire il pagamento compensativo unico ettariale previsto dalla PAC indipendentemente dalle colture storicamente praticate, in alcuni casi si sono modificate le convenienze precedenti e quindi la superficie a mais ha subito in Europa una flessione la cui entità e il cui significato dovranno essere chiariti meglio in seguito. Certamente, tuttavia, ci si deve attendere un futuro in cui i prezzi interni verranno ulteriormente pilotati verso il basso, mentre crescerà la pressione del prodotto di importazione proveniente dal mercato mondiale a condizioni sempre più competitive, grazie all’abbattimento progressivo dei diversi tipi di barriere protezionistiche nell’ambito della crescente internazionalizzazione che caratterizza l’economia mondiale ormai da alcuni decenni.

Tratto da: “Il mais” – Coltura & Cultura, AA.VV., Script Edizioni

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2019 Assomais, tavolo di confronto per la filiera maidicola • Credits Slowmedia