Difesa dalle avversità

I principali patogeni del mais sono funghi microscopici. Questi attaccano le piante per trarne nutrimento e supporto per la riproduzione. Ciò arreca un danno che, in tempi più o meno lunghi, si manifesta con sintomi visibili che vanno da semplici alterazioni del colore delle foglie e del fusto, ad alterazioni della crescita o marciumi dell’intera pianta o di una sua parte. Nei casi più gravi le malattie possono anche causare la morte delle piante. Le alterazioni indotte dagli attacchi parassitari causano perdite di produzione dovute a una crescita stentata della pianta, a una minore produzione di granella o a un’alterazione della sua qualità.

La cattiva qualità della granella si ripercuote sia sul prodotto destinato alla semina, con abbattimento della germinabilità e dell’energia germinativa, sia su quello a uso alimentare, con peggioramento delle caratteristiche organolettiche e delle proprietà nutrizionali. Le alterazioni più gravi sono quelle causate da alcuni funghi patogeni della spiga che sono in grado di produrre micotossine, sostanze tossiche per gli animali e per l’uomo, molto stabili, che si ritrovano anche nei prodotti derivati. Le malattie infettive, causate da microrganismi, si verificano solo in concomitanza di situazioni favorevoli che comportano la presenza di popolazioni numerose del patogeno, in prossimità di piante recettive e in condizioni ambientali favorevoli.

Negli ecosistemi naturali queste condizioni si verificano saltuariamente, perché le piante della stessa specie non sono concentrate in una superficie ristretta e in genere sono rustiche, quindi manifestano fenomeni naturali di resistenza alle avversità; si crea quindi un equilibrio che consente la sopravvivenza di entrambi. Negli agrosistemi moderni l’uomo ha finalizzato la sua attività all’intensificazione delle coltivazioni, concentrando le specie vegetali nelle aree più vocate, utilizzando varietà selezionate, sempre più produttive, ma meno rustiche, gestite ottimizzando gli apporti di acqua e di nutrienti per ottenere produzioni molto elevate. In queste condizioni gli equilibri naturali sono stati alterati e spesso si rendono necessari interventi specifici per il controllo delle avversità.

Dopo la raccolta, durante il periodo di conservazione in magazzino, alcuni dei patogeni del mais rimangono attivi e possono continuare il loro sviluppo, se le condizioni ambientali lo consentono. In questo caso le perdite produttive aumentano e, in presenza di funghi produttori, l’accumulo di micotossine prosegue.

Marciume del seme e delle plantule (Pythium spp., Helmintosporium spp.)

Le cariossidi di mais seminate possono essere colpite da diversi funghi patogeni durante la fase di germinazione. Si tratta di funghi presenti nel seme o nel terreno che causano marciume del seme o della giovane piantina e ne determinano la morte nel caso di infezioni gravi. I principali funghi responsabili di questa malattia appartengono ai generi Pythium ed Helmintosporium, in particolare H. maydis. Questa malattia trova le condizioni favorevoli per il proprio sviluppo con terreni scarsamente drenati, molto compatti, freddi e umidi.

La gravità dipende anche dalla qualità del seme impiegato, dalla eventuale presenza di danni meccanici e dalla resistenza genetica alle infezioni. I mais dolci sono più suscettibili di quelli dentati.

Elmintosporiosi (Helmintosporium turcicum, H. maydis)

Questa malattia è presente in tutte le zone di coltivazione del mais, di preferenza nelle zone temperato-calde, e si può sviluppare anche su altre graminacee, in particolare su sorgo. Il fungo si conserva come spore nei residui della coltura ammalata e talvolta anche nel seme.

L’infezione interessa le foglie e a volte anche le spighe e in genere avviene attraverso gli stomi. La temperatura ottimale per la crescita di questi funghi è intorno a 28 °C. La malattia è favorita da condizioni di umidità molto alta e i danni maggiori si osservano quando il periodo primaverile-estivo è eccezionalmente piovoso. Le foglie colpite presentano macchie più o meno grandi in relazione alla specie fungina presente, allungate nel senso delle nervature, larghe fino a 1 cm e lunghe fino a 10 cm, di colore bruno chiaro con alone più scuro. Gli attacchi gravi causano disseccamento delle foglie e di conseguenza indebolimento della pianta e scarsa produzione.

Peronospora o cima pazza (Sclerospora macrospora)

L’agente causale della peronospora del mais è un fungo diffuso negli areali di coltivazione a clima temperato o temperato caldo. Compare raramente nelle zone tropicali, mentre è molto diffuso negli Stati Uniti. È segnalato in Europa, ma la malattia non è considerata di rilievo. Il fungo si conserva come spore nel terreno o nei tessuti di piante ammalate che oltre al mais possono essere altre graminacee, sia coltivate, quali frumento, orzo, avena o riso, che spontanee, diverse erbe infestanti.

L’infezione è possibile in condizioni di prolungata permanenza di ristagno idrico. Entrato nell’ospite, il fungo invade i tessuti e può svilupparsi in tutti gli organi della pianta. Dagli stomi fuoriescono poi nuove spore che danno origine a successivi cicli di infezione se le condizioni sono favorevoli. Questa malattia si sviluppa solo quando le colture rimangono sommerse appena dopo la semina o comunque fino allo stadio di 4-5 foglie. Una sommersione di 24-48 ore è sufficiente per consentire l’infezione.

Le condizioni ottimali di temperatura per lo sviluppo di questo fungo sono comprese tra 10 e 25 °C. I sintomi variano notevolmente in funzione del momento di infezione e del grado di attacco dell’ospite. In genere, i primi sintomi sono rappresentati da abbondante accestimento, arricciamento e arrotolamento delle foglie superiori. Il sintomo più caratteristico è comunque a carico dell’infiorescenza maschile che si trasforma in una massa di strutture fogliari chiamata appunto “cima pazza”. La sostituzione delle foglie all’infiorescenza si può verificare anche nell’infiorescenza femminile. Le foglie delle piante fortemente colpite si presentano strette, nastriformi. Inoltre, le piante colpite sono più piccole, mostrano sintomi di nanismo.

Marciume dello stocco (Fusarium graminearum)

L’agente causale principale del marciume dello stocco del mais è Fusarium graminearum, chiamato anche Gibberella zeae. È un patogeno segnalato in tutto il mondo in grado di colpire diverse altre graminacee quali frumento, orzo, avena e riso. Anche F. verticillioides può causare marciume dello stocco del mais con modalità e sintomi praticamente indistinguibili da quanto descritto per F. graminearum. Il fungo si conserva nei residui infetti della vegetazione dell’anno precedente. In condizioni favorevoli, i funghi infettano la pianta del mais attraverso ferite o danni meccanici. Le piante debilitate per qualunque motivo, ad esempio per cattiva preparazione del suolo, gelate primaverili o prolungata siccità, sono più sensibili all’attacco di questo fungo.

Le temperature utili per F. graminearum sono quelle comprese tra 10 e 35 °C ed è favorito dalle piogge e da valori elevati di umidità dell’aria. I sintomi tipici sono rappresentati dal rammollimento del fusto, soprattutto nella parte basale, e dalla disgregazione della sua parte interna che può assumere una colorazione bianca o rossastra. Con andamento stagionale umido le parti del fusto ammalate si ricoprono di una muffa bianco rosata. Le piante colpite possono facilmente piegarsi o spezzarsi alla base, soprattutto con piogge forti e vento. Gli attacchi precoci producono spighe di dimensioni ridotte, con cariossidi piccole e striminzite a causa della difficoltà di trasferimento delle sostanze nutritive alla parte apicale della pianta.

Carbone (Ustilago maydis)

Il carbone del mais è un fungo diffuso in tutti gli areali di coltivazione del cereale. Il fungo si conserva nel terreno, durante l’inverno, in forma di spore che rimangono vitali per 5-7 anni. In primavera le spore germinano e producono nuove spore che, trasportate dall’acqua o dal vento, raggiungono le varie parti della pianta. Il fungo penetra nei tessuti dell’ospite attraverso gli stomi nei tessuti verdi, attraverso le sete nelle spighe o attraverso le ferite in qualsiasi parte della pianta. La malattia è favorita da un andamento climatico caldo-asciutto, con valori di temperatura ottimali compresi fra 26 e 34 °C. In condizioni naturali tutte le parti aeree della pianta possono essere colpite. Si possono osservare clorosi, arrossamenti e necrosi delle aree infette, ma il sintomo principale è rappresentato dalla formazione di galle, ovvero da crescita molto superiore al normale e di forma irregolare degli organi colpiti.

Le galle possono essere presenti sullo stocco, sulle foglie, ma la parte più gravemente danneggiata è la spiga, che può risultare completamente distrutta. Pochi giorni dopo l’infezione nelle galle sviluppate si ha una proliferazione massiccia del fungo con la formazione di spore di colore nero. Le galle hanno dimensione molto variabile, da piccole, simili a cariossidi, fino a un diametro di diversi centimetri e possono contenere miliardi di spore. Inizialmente le galle hanno una struttura compatta, sono di colore bianco con la superficie bianco lucente; dopo 16-18 giorni dall’inizio dell’infezione il 60-80% del tessuto delle galle è nero e queste hanno raggiunto indicativamente il massimo del loro peso. Dopo 19-21 giorni dall’infezione i tessuti sono completamente neri ed iniziano a perdere consistenza; si trasformano in una massa nera polverulenta costituita dalle spore. Tra gli ibridi coltivati, la maggior parte è resistente a questa malattia e le piante infette, in genere, non eccedono il 2%, mentre in genotipi suscettibili la percentuale può salire a 10. Il danno diretto dovuto a questa malattia, inteso come perdita di produzione, solitamente è molto contenuto e non desta preoccupazione. L’impiego di foraggi a base di mais affetto da carbone nell’alimentazione animale, invece, ha creato qualche dubbio in passato sulla eventuale tossicità del prodotto. Il mais raccolto prima della maturazione fisiologica per uso zootecnico viene infatti trinciato e in presenza di carbone assume una colorazione nera che si associa facilmente ad un prodotto tossico. In realtà, il valore nutrizionale del mais attaccato da U. maydis è ridotto, ma lo stato di salute degli animali non è mai risultato alterato e non è mai stata dimostrata la produzione di sostanze tossiche da parte di questo fungo. Un aspetto curioso di questa malattia è il fatto che le galle indotte da U. maydis sulla spiga del mais sono da tempo utilizzate per l’alimentazione umana nelle regioni Latino Americane, specialmente in Messico, e di recente hanno conquistato anche il mercato Nord Americano.

Ustilago maydis compare anche nell’elenco dei funghi commestibili riportato nell’ordinanza pubblicata in Svizzera dal Dipartimento Federale dell’Interno (DFI). Annualmente vengono commercializzate, nei mesi di giugnoluglio, 400-550 t di “tartufo del mais” o huitlacoche, come viene definito dai messicani. Il prodotto viene anche inscatolato per prolungare il periodo di commercializzazione. Il momento ottimale per la raccolta di queste galle corrisponde al 60-80% di annerimento dei tessuti. In questa fase di sviluppo l’umidità delle galle è intorno al 92%. Il contenuto in lisina è relativamente alto, 6-7g/100 g di proteine. Gli acidi grassi dominanti sono: linoleico (39-48%), linolenico (25-34%) e palmitico (13-14%). Il momento ottimale per la raccolta delle galle si limita a 1-2 giorni. Infatti, la raccolta a 12-14 giorni non è adeguata, in primo luogo per l’assenza di spore che modificano il colore ed il sapore, e per il peso ridotto rispetto al massimo ottenibile; successivamente, le galle perdono la loro integrità e sono facilmente colonizzate da altri funghi quali Fusarium spp. e Penicillium spp. Vista l’importanza che sta assumendo U. maydis come fungo commestibile, sono stati svolti diversi studi per selezionare ceppi del fungo particolarmente aggressivi, in grado quindi di produrre più galle e di dimensioni maggiori, per ottenere ibridi di mais particolarmente suscettibili e per ottimizzare il momento di inoculo artificiale.

Fusariosi della spiga (Fusarium verticillioides)

L’agente causale principale della fusariosi della spiga del mais è Fusarium verticillioides, chiamato anche Gibberella fujikuroi. Nelle annate più fresche e piovose si può sviluppare su mais anche F. graminearum fungo più frequentemente presente su frumento, dove è più studiato, mentre le informazioni disponibili riguardo allo sviluppo di questo fungo su mais sono scarse. I Fusarium sono segnalati in tutto il mondo; la specie di Fusarium più diffusa nelle varie aree geografiche e colture dipende principalmente dalle condizioni di temperatura durante il periodo di sviluppo della coltura. ll fungo si conserva nei residui infetti della vegetazione dell’anno precedente o nel terreno. In condizioni favorevoli, le spore, trasportate dal vento o dalla pioggia, raggiungono la spiga e l’infezione avviene attraverso le sete o attraverso ferite, quali quelle causate dalla grandine o dagli insetti. Le temperature utili per F. verticillioides e F. graminearum sono comprese fra 10 e 35 °C, con 30 e 25 °C rispettivamente come temperatura ottimale.

La fusariosi della spiga si manifesta a partire dalle sete, sulle quali è possibile osservare una muffetta bianca. In genere il marciume è visibile anche nella parte apicale della spiga. Altri sintomi di muffa bianca si possono osservare su singole cariossidi o su piccoli gruppi di cariossidi vicine. In genere questi sintomi sono associati a rosure causate da piralide. A maturazione le cariossidi si possono presentare ammuffite e striminzite, anche se questo non è in stretta relazione con l’attacco del fungo, dato che le cariossidi infette possono anche non presentare sintomi. Durante il periodo post-raccolta il fungo rimane attivo, se l’umidità della granella è superiore al 14%; quindi, soprattutto se vi sono cariossidi danneggiate, la malattia peggiora. Le perdite di produzione causate da questo patogeno sono in genere limitate, almeno in Italia, ma l’interesse nei confronti di questa malattia è alto. Infatti, F. verticillioides è un fungo che produce micotossine, in particolare, le fumonisine. Gli effetti tossici delle fumonisine sono stati dimostrati soprattutto nei cavalli e nei maiali, ma si ritiene che possano causare patologie gravi all’esofago nell’uomo. Le fumonisine si accumulano nelle cariossidi durante la maturazione e si rilevano a partire dalla maturazione cerosa. Nelle raccolte posticipate, con umidità delle cariossidi più bassa, le fumonisine sono tendenzialmente presenti a maggiore concentrazione.

Alla raccolta, che in genere avviene con cariossidi ad umidità superiore rispetto a quella adatta per lo stoccaggio, è necessario procedere ad una essiccazione tempestiva, fino al 14% di umidità della granella, eseguita a temperature non troppo elevate per evitare la fessurazione delle cariossidi (craking). L’umidità della granella alla raccolta è importante anche in relazione ai danni meccanici causati dalle mietitrebbie; infatti, cariossidi troppo secche sono più facili alla rottura e questo favorisce l’attività del fungo in post-raccolta. Per finire, il periodo di conservazione può essere un ulteriore elemento negativo se gestito non correttamente, ovvero se non viene mantenuto il livello di umidità basso perseguito con l’essiccazione.

Anche F. graminearum è produttore di un gruppo di tossine definito Tricoteceni, la più nota delle quali è il deossinivalenolo (DON, detto anche vomitossina). I principali effetti tossici noti riguardano infiammazione della pelle, diarrea, vomito, emorragie e rifiuto dell’alimento; i suini sono particolarmente sensibili, ma sono noti anche effetti tossici sull’uomo. In Italia, il problema che si presenta con regolarità è quello della fumonisina. Infatti, per le condizioni meteorologiche e colturali delle zone maidicole la tossina è sempre presente. I controlli eseguiti garantiscono comunque un corretto uso del prodotto.

Marciumi da Aspergillus (Aspergillus flavus)

Il patogeno in genere si comporta da saprofita, ovvero si sviluppa preferibilmente su tessuti morti; quindi, colonizza cariossidi danneggiate, anche se in qualche caso invade anche cariossidi integre. Il fungo colonizza le piante in campo; ha diversi ospiti oltre al mais, e tra i più importanti si possono ricordare arachide e pistacchio. Infatti, le aree geografiche più a rischio per gli attacchi di questo fungo sono quelle a clima tropicale o sub-tropicale. L’attività del fungo continua anche nel periodo post-raccolta se i prodotti non sono adeguatamente disidratati. Il fungo si conserva nel terreno o nei residui infetti della coltura precedente, e quando le condizioni sono idonee inizia a produrre spore che, soprattutto grazie al vento, vengono diffuse e raggiungono la pianta fino all’altezza della spiga. L’infezione avviene attraverso le sete e il fungo si sviluppa soprattutto sulla superficie delle cariossidi. La penetrazione delle cariossidi può avvenire attraverso le sete o ferite di varia origine, principalmente danni causati da piralide. L’invasione delle cariossidi è molto contenuta finché l’umidità della granella è superiore al 32%, ma aumenta rapidamente quando questa scende sotto il 28%.

L’intervallo di temperature utili per questi funghi è tra 12 e 48 °C, ma le condizioni considerate ottimali sono intorno a 28-30 °C. A. flavus è un agente di marciume, ma i sintomi causati da questo fungo sono visibili raramente sulle spighe. Si tratta comunque di una comparsa di muffa verde che in genere interessa 1 o poche cariossidi vicine, a volte associate a rosure causate da piralide. Alla raccolta è più frequente osservare la muffa verde su cariossidi spezzate.

Durante il periodo post-raccolta il fungo rimane attivo se l’umidità della granella è superiore al 14%. Quindi, soprattutto se vi sono cariossidi danneggiate, si possono avere nuove infezioni. Le perdite di produzione causate da questo patogeno sono in genere limitate, almeno in Italia ma, come per F. verticillioides, l’interesse per questa malattia è alto perché A. flavus è un fungo che produce aflatossine. La produzione di aflatossine avviene con temperature comprese tra 20 e 30 °C e si ritiene che il limite superiore coincida con quello ottimale. L’umidità della cariosside diventa limitante sia per la crescita che per la produzione di tossine solo quando è indicativamente al 13%.

Le condizioni ambientali più favorevoli alla sintesi delle aflatossine durante la coltivazione del mais sono alte temperature e stress idrico. Il livello di aflatossine cresce rapidamente quando l’umidità della cariosside scende sotto il 32% e il contenuto è molto maggiore quando il fungo è penetrato da ferite piuttosto che attraverso le sete. È opportuno ricordare che anche per le aflatossine le contaminazioni sono cumulative, quindi l’epoca di raccolta e le condizioni di essiccazione e di stoccaggio possono svolgere un ruolo molto importante nel determinare il livello di contaminazione della granella.

Avvizzimento batterico (Pantoea stewartii)

Questa malattia è causata da un batterio, Pantoea stewartii. La fonte di conservazione principale è il seme, ma il batterio si può diffondere da piante ammalate gravemente ad altre piante sane. Le piante colpite avvizziscono rapidamente e si presentano simili a quelle sofferenti per siccità, carenze nutrizionali o danni da insetti. Le foglie mostrano striature longitudinali, di colore da verde chiaro a giallo, con margine irregolare, che si possono estendere per l’intera lunghezza della foglia.

Successivamente le aree alterate disseccano e le foglie si presentano deformate. Le piante colpite producono anticipatamente l’infiorescenza maschile che si presenta decolorata e muore rapidamente. Nelle piante gravemente colpite, la parte basale presenta imbrunimenti interni, in corrispondenza dei vasi, a volte accompagnati da marciumi. In queste piante i batteri si possono diffondere attraverso i vasi e raggiungere anche le cariossidi. In genere i mais dolci sono molto più suscettibili a questa malattia rispetto agli altri, ma anche alcuni ibridi di mais dentato mostrano tutti i sintomi più gravi. Attualmente in Italia i sintomi compaiono solo sporadicamente in coltivazioni di mais dolce.

Mosaico del mais (Maize Dwarf Mosaic Virus)

Responsabile di questa malattia è un virus che si conserva sulle piante infestanti spontanee, quali la sorghetta, e viene trasmesso al mais da afidi. Le piante colpite sono distribuite in modo sporadico nel campo. I principali sintomi sono rappresentati da striature gialle tra le nervature delle foglie, visibili principalmente sulle foglie più giovani, e presenza di internodi accorciati. Questa malattia può causare una riduzione nella dimensione delle spiga e delle cariossidi.

Nanismo giallo dell’orzo (Barley yellow dwarf virus)

Il virus del nanismo giallo dell’orzo, responsabile di questa virosi del mais, viene trasmesso da afidi, principalmente Rhopalosiphum padi e R. maidis. Questo virus è più tipicamente presente sui cereali a paglia, ma recentemente ha causato problemi anche nel mais. I principali sintomi associati alle piante colpite da nanismo giallo dell’orzo sono arrossamenti o ingiallimenti ai margini per l’intera lunghezza delle foglie, sia basali che più alte; il colore che assumono le foglie dipende dall’ibrido di mais coltivato.

Gli arrossamenti assomigliano alle carenze di fosforo, ma queste in genere si osservano sulle piante giovani. Se le piante sono infettate dal virus nelle prime fasi di sviluppo, risultano in genere di ridotte dimensioni, con spighe più piccole e con mancata fecondazione nella parte apicale della spiga.

Difesa

Le malattie, per i danni che possono causare alla produzione, hanno sempre suscitato l’interesse dell’uomo che ha cercato di individuare specifici interventi di difesa. Essi hanno l’obiettivo di impedire che si creino le condizioni favorevoli allo sviluppo delle malattie, ovvero che siano presenti i patogeni e le piante suscettibili in un ambiente favorevole. Il contenimento delle malattie può avvenire con azioni sulla pianta ospite, sul patogeno o sull’ambiente.

Le azioni sulla pianta e sull’ambiente sono essenzialmente preventive, hanno l’obiettivo di impedire che si creino le condizioni idonee per l’inizio della malattia. Le azioni sul patogeno possono essere eseguite con il medesimo scopo, ma anche per curare le malattie in atto. Le azioni preventive sono basate essenzialmente sulla scelta di varietà con resistenza specifica nei confronti di avversità di interesse o con modifiche della tecnica di coltivazione finalizzate a rendere l’ambiente meno favorevole al patogeno. Le azioni curative richiedono l’impiego di prodotti ad azione specifica contro i patogeni. I prodotti più noti sono i fungicidi, prodotti chimici che ostacolano le attività dei funghi limitando o impedendo lo sviluppo di malattie.

Per gli altri patogeni, quali batteri e virus, non esistono prodotti simili il cui impiego sia autorizzato in Italia. Di più recente sviluppo sono i prodotti biologici ad azione diretta contro i patogeni. Anche se al momento non sono disponibili prodotti specifici da utilizzare sul mais, sono allo studio funghi e batteri innocui per l’uomo e gli animali, che non causano danni neppure alle piante del mais, ma in grado di contenere le malattie.

Nella pratica, la difesa del mais dalle avversità può essere ottenuta attraverso diversi interventi. In primo luogo è importante la scelta del seme, un’azione preventiva che può ridurre notevolmente i rischi di danno alla produzione. Il seme deve essere sano, quindi provenire da colture che non abbiano manifestato sintomi di malattie trasmissibili per seme, quali Helmintosporium, Fusarium o Sclerospora macrospora, anche se soprattutto per gli ultimi 2 patogeni la trasmissione per seme non è ritenuta importante.

Gli ibridi devono essere adatti alla zona in cui saranno coltivati perché questo garantisce la crescita di una pianta robusta. Il miglioramento genetico ha portato alla selezione di ibridi che mostrano resistenza a diverse malattie; la scelta dovrà quindi cadere su materiale resistente alle avversità maggiormente presenti nella zona di coltivazione.

Sono disponibili ibridi con resistenza a Pythium, Helmintosporium, Ustilago maydis, Fusarium e Pantoea stewartii. La resistenza alla fusariosi della spiga non fornisce al momento risultati soddisfacenti; infatti, si osservano differenze di comportamento dei medesimi ibridi nelle diverse aree di coltivazione. Le tecniche colturali possono svolgere un ruolo fondamentale nel controllo delle malattie. È importante per la maggioranza delle malattie del mais l’interramento dei residui colturali, in presenza di colture precedenti infette, e soprattutto l’avvicendamento. Una buona preparazione del terreno che eviti i ristagni idrici costituisce un buon sistema preventivo soprattutto per la peronospora e il marciume del seme e delle plantule. Un corretto apporto idrico e nutrizionale garantisce uno sviluppo equilibrato della pianta e un buon controllo delle erbe infestanti, assicura minore suscettibilità della pianta ai patogeni, in particolare a Ustilago maydis e Fusarium. Il controllo degli insetti vettori è un aiuto nella prevenzione delle malattie virali, quali il mosaico e il virus del nanismo giallo dell’orzo.

Un intervento diretto sui patogeni fungini, con l’impiego di fungicidi sulle piante di mais in campo, attualmente non è possibile in quanto non vi sono prodotti autorizzati. Interessante ed efficace è invece la concia delle sementi con fungicidi. La concia, sostanzialmente una copertura del seme con fungicidi appropriati, permette di devitalizzare patogeni presenti sul seme o al suo interno, e di contenere i danni che questi possono arrecare al seme stesso, alla plantula o alla giovane piantina, anche in caso di presenza del patogeno nel terreno. Il trattamento viene eseguito dalle ditte sementiere; quindi, il seme in commercio è già pronto all’uso. La concia del seme con fungicidi viene applicata per prevenire gli attacchi di Pythium e Helmintosporium.

Tratto da: “Il mais” – Coltura & Cultura, AA.VV., Script Edizioni

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on Pinterest
2017 Assomais, tavolo di confronto per la filiera maidicola • Credits Slowmedia