Irrigazione

Il mais ha un coefficiente di evapotraspirazione basso: 250 kg di acqua per chilogrammo di sostanza secca prodotta. In molti ambienti maidicoli, anche se la piovosità totale nel corso del ciclo può apparire sufficiente, in realtà non è ben distribuita e ciò impone interventi irrigui senza i quali non sarebbero possibili rese elevate e, soprattutto, costanti negli anni. Se una coltura produce 12 t/ha di granella significa anche che ha prodotto una massa epigeica di circa 24 t/ha di sostanza secca e pertanto ha avuto necessità di 6000 m3 di acqua e cioè di 600 mm di pioggia.

Per il mais un periodo di grande sensibilità alla mancanza di acqua comincia 15-20 giorni prima della fioritura, quando si sviluppano i fiori femminili, e termina 30 giorni dopo la fioritura, già allo stadio di maturazione lattea. Molte esperienze mostrano che uno stress idrico in questo periodo porta a riduzioni di resa dell’ordine del 50-60%.

Tuttavia, un cumulo di più settimane di siccità, anche al di fuori del periodo critico, può causare un calo di resa più elevato di un deficit momentaneo al momento della fioritura. Dati gli andamenti pluviometrici dei mesi estivi, nell’area padana, in tutti gli areali dove le falde idriche non sono sufficientemente alte e in grado di fornire acqua alle piante, è indispensabile l’irrigazione. La quantità di acqua da apportare in ciascun intervento deve riportare l’umidità del suolo a un adeguato livello di umidità quando si è consumata la riserva facilmente utilizzabile (RFU).

Questa varia molto con i tipi di suolo da 30 a più di 100 mm, a seconda della tessitura e della profondità del terreno, nonché dall’attitudine delle radici a svilupparsi in profondità. Questo principio teorico merita di essere interpretato, infatti non è più sostenibile attendere, per irrigare, la completa eliminazione della RFU, che si traduce nell’arrotolamento delle foglie del mais con rallentamento o arresto della crescita. Inoltre, non è necessario riempire completamente la riserva del suolo, e cioè portarlo alla sua capacità di campo: tale intervento può essere inutile o nocivo se dovesse verificarsi una pioggia dopo l’irrigazione che potrebbe provocare un temporaneo ristagno con conseguente lisciviazione dei nutrienti e il temporaneo non funzionamento degli apparati radicali e dei microrganismi. Alla fine della coltura, a partire dalla maturazione cerosa, non si ha interesse a lasciare il terreno troppo umido, anche per non ostacolare le operazioni di raccolta o creare, con questa, disturbo alla struttura del terreno. In molti ambienti maidicoli italiani, attualmente, è impossibile seguire i concetti sopra esposti per più ordini di ragioni. In primo luogo perché i turni irrigui sono fissati dai Consorzi di Bonifica e il prelievo di acqua non può essere fatto a domanda, in secondo luogo perché si irriga a scorrimento o per infiltrazione da solchi con volumi di acqua molto elevati per ogni adacquata (da 1000 a 1500 m3/ha).

Questa modalità di irrigazione, nata almeno 700 anni fa, utilizzata soprattutto per irrigare i prati stabili e da vicenda, mal si presta per il mais, specialmente oggi, almeno per due importanti ragioni; la prima perché il metodo ha scarsissima efficienza, provocando inevitabilmente la lisciviazione dei sali e di tutte le molecole solubili (per esempio azoto nitrico, molecole di diserbanti) che possono inquinare le falde oltre a provocare un danno economico diretto; in secondo luogo perché l’acqua è un bene prezioso che bisogna risparmiare.

Metodologie di irrigazione più efficienti

L’irrigazione per aspersione è sicuramente il metodo più idoneo per evitare gli inconvenienti sopra esposti, ma se effettuata con i materiali di un tempo presenta dei costi non più sopportabili dalla coltura. Solo l’impiego di grandi macchine irrigue (Pivot e Rainger) appare oggi quello tecnicamente migliore.

Con queste è possibile, su grandi superfici (di almeno 100 ha), effettuare un programma irriguo tale da fornire al suolo ogni 7-10 giorni la quantità di acqua evapostraspirata, interrompendo l’irrigazione nel caso di piogge di grande intensità. Misure rapide dell’acqua utile presente nel terreno e l’implementazione di appositi programmi informatici consentono di stabilire con una certa precisione l’inizio della stagione irrigua e la gestione delle macchine irrigue facendo loro calibrare la quantità di acqua da erogare in funzione della natura del terreno. I risultati dell’irrigazione sono le rese alte e stabili, infatti la stessa corregge la eterogeneità e la cattiva qualità dei suoli. Quelli leggeri o mancanti di profondità, grazie all’irrigazione e alla fertilizzazione appropriata, possono fornire rese vicine e spesso uguali a quelle dei suoli più fertili. L’inizio dello stress idrico è mostrato specialmente in prefioritura con manifestazioni in successione: opacità delle foglie, arrotolamento, “agliatura”. Queste manifestazioni si possono notare prima nelle testate dei campi, intorno alle ore 13, e indicano che nel campo è ancora disponibile dell’acqua, ma che presto si andrà in carenza.

Tratto da: “Il mais” – Coltura & Cultura, AA.VV., Script Edizioni

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2017 Assomais, tavolo di confronto per la filiera maidicola • Credits Slowmedia